giovedì 12 maggio 2016

La crisi irreversibile dell'Islam politico siriano. Il caso dei Fratelli Musulmani

UNA RIUNIONE DEI FM SIRIANI A ISTANBUL  
 
Ali Reza Jalali
Il conflitto siriano ha rappresentato per i Fratelli Musulmani una opportunità unica per rientrare nel panorama politico del paese arabo dopo 30 anni, ovvero da quando Hafez Assad costrinse il gruppo all’emarginazione politica. Tale formazione fu costituita da chierici locali sul modello dei Fratelli Musulmani egiziani fondati da Hassan Al Banna, e negli anni ’50 e ’60 divenne una forza parlamentare. Dagli anni ’70 in poi però, soprattutto tra il 1979 e il 1982, il partito entrò in uno scontro con l’egemone Baath, garantendosi così però una legittimazione rivoluzionaria che ha avuto molta utilità nel rendere i Fratelli Musulmani siriani un gruppo importante per le rivolte anti-Assad dal 2011 in poi. Nonostante ciò, il gruppo islamista ha avuto molti problemi nella sua affermazione concreta, per via di vari motivi. Il lungo esilio ha fatto passare agli occhi dei siriani il movimento come foraggiato dall’esterno, senza presa effettiva sulla popolazione locale. Inoltre, la dirigenza del partito è molto anziana, e non è riuscita ad istaurare un rapporto costruttivo con le nuove generazioni. D’altro canto, la degenerazione militare del conflitto ha portato alla radicalizzazione della componente islamista, con l’emersione di altri gruppi più estremisti che hanno conteso il ruolo di fazione islamica avanguardista all’interno dell’opposizione anti-Assad. La nascita di fazioni come l’ISIS o il Fronte Al Nusra hanno rappresentato una opportunità, ma anche un rischio per i Fratelli Musulmani. Da un lato il discorso ideologico pragmatico, centrista e moderato della fazione, rispetto alla concorrenza islamista, ha fatto si che i FM potessero essere foraggiati e aiutati dagli occidentali, diventando cosi il primo interlocutore ufficiale degli occidentali nell’alveo dell’islamismo politico siriano. D’altro canto, la concorrenza radicale delle altre fazioni islamiche ha emarginato i FM tra la popolazione siriana, innescando una profonda crisi ideologica nel partito.
Il pragmatismo  
I FM hanno cercato sin dal 2011 di controllare l’opposizione siriana, ma senza un ruolo troppo esposto, lasciando maggiore risalto mediatico ad altre figure dell’opposizione siriana, come dei leader sunniti secolarizzati, dei curdi e dei cristiani. D’altro canto il vero controllo della coalizione anti-Assad era saldamente nelle mani dei FM, anche se ciò non era una cosa appariscente. Essi non obbligarono la coalizione a rivendicare istanze islamiste, ma cercarono pacatamente di controllarne l’operato dall’esterno. Un’altra mossa dei FM siriani fu l’ingresso nella nuova coalizione anti-Assad proposta da Obama dal 2012 in poi. Qui inizialmente i FM furono scettici, ma poi piazzarono alla vicepresidenza un loro uomo e iniziarono a controllare la nuova piattaforma attraverso una moltitudine di ONG indirettamente gestite della Fratellanza medesima. Tale politica portò alla fine alla presidenza dell’ente anti-Assad un uomo dei FM, Ghassan Hitto, sponsorizzato dal Qatar. Dal 2013 in poi però i FM sono rimasti vittime dei giochi di potere regionali interni ai governi che sostenevano la ribellione anti-Assad. Infatti, progressivamente, i FM siriani, fino ad allora saldamente allineati al Qatar, vedendo tramontare la meteora dell’Emiro di Doha, grazie anche alla prova di forza dei sauditi nel fare fuori tramite Al Sissi i FM egiziani, hanno deciso di tenere una posizione più bilanciata nei confronti dei sauditi, e alla fine nel 2014 andò al potere nella piattaforma anti-Assad, un uomo sempre dei FM, ma sta volta più vicino ai sauditi. La dirigenza dei FM siriani in quell’occasione disse apertamente che non era nel loro interesse avere un atteggiamento negativo nei confronti di Riad. Con l’elezione di Ahmed Al Jarba, uomo dei sauditi, sostenuto anche dai FM siriani, tale approcciò si concretizzò totalmente. Tale rapporto privilegiato fu poi confermato nel marzo del 2014 quando i sauditi inserirono i FM nella lista delle organizzazioni terroristiche, ma risparmiarono i FM siriani, i quali furono molto grati per tale decisione. Inoltre, nello stesso periodo, fu nominato a capo dei FM siriani un medico siriano residente a Jeddah, il quale ringraziò i sauditi per essere il motore del mondo islamico, nonché per essere l’avanguardia musulmana contro Assad e l’Iran, compiacendosi anche dell’intervento saudita in Yemen.
Un’ideologia moderata
Esiste un rapporto difficile tra i FM siriani e quelli egiziani; ciò si è visto lungo la storia, ma anche negli eventi della primavera araba. Infatti, i siriani hanno sempre contestato agli egiziani di aver sbagliato nel presentare un proprio candidato per le presidenziali e di preferire un approccio diverso, ovvero quello di muoversi in una coalizione. Inoltre non sono mancati attacchi a Morsi giudicato, a ragione o a torto, troppo morbido nei confronti di Iran e Russia, alleati di Bashar Assad. Un leader siriano della Fratellanza disse apertamente che era triste sentire Morsi parlare con toni pacati da Mosca, quando i russi, a sua detta, aiutano Assad a massacrare il popolo siriano. La radicalizzazione di Morsi in chiave anti-Assad, soprattutto nella fase finale della sua presidenza, con un appello al jihad contro il governo siriano, invece di essere accolta positivamente è stata criticata dai siriani, che hanno detto di non aver bisogno di guerriglieri stranieri per fare la rivoluzione. Certo, una volta defenestrato Morsi, almeno formalmente, i FM siriani non hanno potuto che dispiacersi della situazione, ma in profondità la situazione era ben diversa. Tale tensione tra i due gruppi ha anche radici ideologiche. I siriani sono più moderati degli egiziani; i primi contestano ad esempio ai secondi di voler islamizzare le istituzioni e di volere una teocrazia. Non a caso i siriani nel 2013 hanno fondato un nuovo partito politico, il Waad, una piattaforma ideologicamente molto affine al partito di Erdogan in Turchia, un movimento nazionalista influenzato dall’Islam che vuole un approccio morbido e costruttivo con le altre confessioni, che include anche cristiani e alawiti nei propri quadri. La fondazione del Waad ha segnato molte differenze con l’esperienza del partito politico dei FM egiziani (Giustizia e Libertà). Quest’ultimo non era altro che un partito-pupazzo in mano ai FM, mentre il Waad era una sintesi tra i FM siriani e altre organizzazioni, anche di matrice non islamica, ma secolare. Tale movimento ha avvicinato anche i giovani, cercando una relazione armoniosa con varie componenti della società siriana. Tutto ciò però non ha impedito che nel 2015 nascessero grandi divisioni in seno al neonato partito, in quanto si è scatenata una dura faida interna tra chi pensa che il Waad debba muoversi in autonomia completa rispetto ai FM, e altri invece che vogliono che di fatto il Waad sia la costola politica dei FM siriani.
Il problema delle divisioni interne
Uno degli attriti interni principali è quello della diversa visione politica tra la vecchia guardia e il gruppo giovanile. Tale attrito ha portato ad una scissione dal 2010 in poi; infatti, una volta constatato che i FM siriani si affidavano ancora alla vecchia guardia, in pratica quelli che avevano vissuto le vicissitudini degli anni ’80, provenienti principalmente dalle province di Idlib e Hama, i giovani del partito decisero di fondare un movimento parallelo, per dare voce alle proprie aspirazioni. Questi erano provenienti dalla città di Aleppo e avevano una visione più moderna e riformatrice. Uno dei capi della fazione giovanile, Ahmed Ramadan, in poco tempo divenne una delle figure di spicco dell’opposizione siriana. Col passare del tempo e con la crescita del prestigio di Ramadan, anche all’interno della fazione giovanile si innescarono problemi interni. Alcuni accusavano la nuova dirigenza di essersi nuovamente, per questioni di potere, riallineata sulle istanze dei FM. Queste diatribe interne hanno danneggiato il gruppo giovanile, il quale alle fine ha giocato un  ruolo da stampella nei confronti del gruppo storico, deludendo molte aspettative.
In conclusione i FM siriani certamente godono di un maggior prestigio storico rispetto alle altre fazioni dell’opposizione siriana, sia tra gli islamisti, sia in generale. D’altro canto, proprio per la classicità della sua struttura, sembra esso un movimento politico inadatto ad avere un ruolo avanguardistico, al di là dei problemi creati della divisioni interne, nel quadro della situazione siriana attuale, ovvero uno scacchiere sempre più radicalizzato e militarizzato e sempre meno adatto al ruolo dei partiti politici classici, più concentrati sul problema di una transizione mai realizzata, che non di quello che effettivamente è la guerra in Siria, un incrocio di interessi geopolitici e di interessi tribali e settari, non gestibili nell’alveo di una struttura partitica novecentesca.  

domenica 8 maggio 2016

Moro, Fanfani e la “terza posizione” italiana: il conflitto arabo-israeliano del '67



Ali Reza Jalali

Il periodo della “Guerra fredda” rappresenta senza ombra di dubbio un campo di analisi privilegiato per gli studiosi della politica internazionale, per via di una serie di personaggi politici e di fatti accaduti che attraggono l’attenzione dello studioso acuto. Per quanto riguarda l’Italia quella epoca vedeva un ruolo particolare per il “Bel Paese”, ovvero una posizione da un lato privilegiata, cioè quella di “terra di mezzo” tra il blocco occidentale (al quale chiaramente l’Italia aderiva) e il blocco orientale, e d’altro canto un ruolo problematico, quello di dover gestire un precario equilibrio e col rischio di fare la fine del “vaso di terracotta costretto a viaggiare tra vasi di ferro”, ovvero gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica.
 
"Aldo Moro, l'Italia e la diplomazia multilaterale. Momenti e problemi" è un libro di Federico Imperato pubblicato da Besa nella collana Entropie nel 2013 
 

Inoltre, un altro ruolo da “terra di mezzo” ricoperto dall’Italia in quell’epoca era la spinosa questione del bacino del Mediterraneo e del conflitto arabo-israeliano, che vedeva l’Italia impegnata in una angusta operazione di oscillazione tra istanze filo-palestinesi, erede della storica missione mediterranea italiana, e fedeltà all’alleato americano, rectius, all’alleato israeliano. Nell’alveo di tale ruolo italiano, si inserisce perfettamente l’impegno del governo di Aldo Moro, in particolare quello che va dalla prima metà del 1966 alla prima metà del 1968 (terzo governo Moro).

A capo della diplomazia di quell’esecutivo di centrosinistra si trovava la figura di Amintore Fanfani, uno dei leader di spicco della Democrazia Cristiana, raffinato studioso, nonché artista. Fanfani era entrato in politica dopo la caduta del regime mussoliniano, a guerra terminata, ma la sua relazione col fascismo fu tutt’altro che negativa. Infatti Fanfani, di formazione cattolica, insegnò per anni in scuole, centri di ricerca e università durante il governo di Mussolini, e il suo nome lo si ritrova anche tra i firmatari del Manifesto in sostegno delle “Leggi razziali” nel 1938. Non mancarono poi articoli scritti sulla rivista “La Difesa della Razza” e aperte simpatie, anche con dotte teorizzazioni, in difesa del modello economico corporativo del fascismo, giudicato come un sistema ideale e alternativo sia al liberismo occidentale che al socialismo orientale.
 
Fanfani
 
 

Insomma, non certo un antifascista, tanto è vero che con la caduta del fascismo a Roma, invece di impegnarsi in Italia nella guerra partigiana, preferì rifugiarsi in Svizzera dove fece da insegnante per le famiglie italiane sfollate. Al termine delle ostilità ebbe un ruolo centrale nell’Assemblea costituente, mettendo mano all’art. 1 della Costituzione repubblicana, che definisce l’Italia come una repubblica democratica fondata sul lavoro (Fanfani era un economista).

Ma torniamo al terzo governo Moro e al ruolo di Fanfani nel periodo 1966-1968, importante per comprendere il gioco di equilibrio italiano tra le grandi potenze nella “Guerra fredda” e soprattutto alla luce della crisi mediorientale, che vedeva contrapporsi l’Occidente in sostegno di Israele e l’URSS in sostegno dei Paesi arabi. Proprio nel periodo centrale del terzo governo Moro infatti scoppiò la “Guerra dei sei giorni” (1967), che vide l’attacco israeliano contro l’Egitto, come risposta alla chiusura al transito israeliano da parte egiziana nei mari internazionali a sud dello stato ebraico. Interessanti in tal senso sono le informazioni, i dati e le analisi che vengono messi a disposizione grazie al libro del ricercatore Federico Imperato intitolato “Aldo Moro, l’Italia e la diplomazia multilaterale. Momenti e problemi” (BESA Editrice, 2013, pp. 69-80).

Dalle pagine del libro dello studioso pugliese emerge una tendenza ambivalente nelle istituzioni italiane di quel periodo, da un atlantismo ortodosso a forme più equilibrate, una vera e propria tendenza che potremmo definire “terza-posizionista” o “terza-fazionista”, all’interno del duopolio USA-URSS, con una seria ripercussione sulla politica mediterranea del terzo governo Moro. Infatti, sia prima dello scoppio della guerra del 1967, sia durante il conflitto tra Paesi arabi e Israele, l’Italia cercherà attraverso la fazione filoaraba guidata proprio da Fanfani di ritagliarsi un ruolo particolare all’interno del campo occidentale, ovvero quello di mediatore tra le due parti in conflitto, confidando nel ruolo moderatore delle Nazioni Unite.
 
 
Fanfani incontra il leader egiziano Nasser
 

Non è un caso che l’Italia giudicò negativamente l’idea espressa dai paesi più filo-israeliani del campo occidentale, soprattutto USA e Gran Bretagna, di allestire una sorta di coalizione dei volenterosi delle potenze marittime occidentali che dovevano forzare il blocco navale egiziano ai danni di Israele. Il governo Moro e la diplomazia nostrana, sotto la supervisione vigile di Fanfani, preferiva un dialogo costruttivo tra arabi e israeliani, per evitare fino all’ultimo lo scoppio delle ostilità. Fanfani e Moro, proprio per questo atteggiamento moderato, che spesso sfociava in un vero e proprio filo-arabismo, in quanto la dirigenza italiana non valutava negativamente solo il conflitto tra Israele e Paesi arabi, ma aveva dichiarato più volte che bisognava trovare una soluzione politica alla questione palestinese, erano spesso accusati di tradimento dei patti transoceanici e di voler in qualche modo traghettare l’Italia verso istanze simili a quelle dei Paesi non allineati; a prescindere dalla veridicità di tali accuse, resta il fatto che durante il terzo governo Moro la parte filo-israeliana della politica italiana, rappresentata da persone legate ai repubblicani, ai socialdemocratici e anche ad alcune tendenze della sinistra (ad esempio Nenni), mise in campo il suo potenziale per rassicurare l’alleato americano (e anche gli israeliani) della fedeltà occidentale e atlantica dell’Italia.

Emblematico in questo senso il viaggio negli USA del Presidente Saragat, il quale volle tranquillizzare personalmente Washington delle intenzioni italiane per quanto riguardava la crisi mediorientale e la politica estera italiana. Gli sforzi diplomatici della componente filo-palestinese del governo italiano (Moro-Fanfani) però non riuscirono a fermare le ostilità e gli israeliani, col fondamentale sostegno occidentale, sbaragliarono le difese arabe infliggendo nel ’67 una dura lezione alle principali potenze anti-imperialiste dell’area, soprattutto l’Egitto di Nasser. Circa due anni dopo il suo insediamento, il terzo governo Moro, ufficialmente “equidistante” nella guerra del 1967, caso raro nel campo occidentale, andò in contro a un ridimensionamento elettorale, nel maggio del 1968, segnando forse anche la sconfitta di quella tendenza mediterranea e filo-araba che ciclicamente si presente nelle istituzioni italiane, e che altrettanto ciclicamente deve scontrarsi col muro della componente filo-occidentale della politica del “Bel Paese”, con una diplomazia che la geografia e la geopolitica impone all’Italia, ovvero quello di mediatore tra due mondi, l’Occidente e l’Oriente, sempre al limite tra lo scontro aperto e una pace armata facilmente compromettibile.     

sabato 23 aprile 2016

Convegno internazionale dedicato alla figura dell'Imam Ruhollah Khomeini a Roma il 4 giugno

Il Centro Studi Internazionale Dimore della Sapienza - in collaborazione con Irfan Edizioni, Istituto Culturale della Repubblica Islamica dell'Iran, Unione delle Associazioni Islamiche degli Studenti - Italia, Libreria Raido, Associazione Identità Europea - presenta: convegno internazionale dedicato alla figura dell'Imam Ruhollah Khomeini, grande filosofo, gnostico, giurista e leader politico musulmano del Novecento. Luogo: Roma, presso Hotel Best Western (zona stazione Tiburtina) Data: 04 - 06 - 2016 ore 15.


Per maggiori informazioni vedi la locandina ufficiale del convegno





 Partecipano alla discussione con varie relazioni

Giuseppe Aiello (Editore Irfan Edizioni e vice presidente Centro studi Dimore della Sapienza) 

Paolo Rada (Studioso e direttore del dipartimento di studi storici del Centro studi Dimore della Sapienza)

Akbra Gholi (Direttore Istituto culturale Repubblica Islamica Iran)

Adolfo Morganti (Editore Il Cerchio e presidente associazione Identita' Europea)

Claudio Mutti (Editore Ed. All'Insegna del Veltro e direttore della rivista Eurasia)

Hujjatulislam A. Emami (Studioso e sapiente religioso sciita)


Modera 

Ali Reza Jalali, presidente centro studi Dimore della Sapienza 



L'evento viene organizzato nell'anniversario della dipartita dell'Imam Khomeini (4 giugno 1989) 


Le relazioni saranno in italiano o in persiano (con traduzione simultanea in italiano)


info: Segreteria organizzativa, Giuseppe Aiello tel. 3297223003

sabato 9 aprile 2016

"Chi ha paura dell'Islam?". Incontro pubblico a Modena

 
 
Martedì 26 aprile 2016 a Modena in Via Piave 25 si terrà un incontro pubblico alle ore 21 dal titolo "Chi ha paura dell'Islam?", evento organizzato dall'associazione studentesca Azione Universitaria (Modena e Reggio) in collaborazione con CESEM (Centro studi Eurasia-Mediterraneo), Ente Islamico in Italia e Centro studi Dimore della Sapienza.
 
 
 
L'incontro pubblico è dedicato alla scottante attualità del mondo islamico e dell'Europa, in relazione ai temi dell'instabilità del bacino del Mediterraneo e del Vicino Oriente (la geopolitica e i conflitti nell'area) con le conseguenze per il vecchio continente in materia di società multiculturale e immigrazione. 
 
 
Partecipano alla discussione Stefano Vernole del CESEM (Centro studi Eurasia-Mediterraneo), Stefano Bonilauri (Titolare delle Edizioni Anteo), Ali Reza Jalali del Centro studi Dimore della Sapienza) e Amin Mohamed Attarki dell'Ente Islamico in Italia e membro dei Giovani Musulmani Italiani.
 
Introduce l'evento Lorenzo Rizzo (Presidente Azione Universitaria Modena e Reggio); Cristiano Puglisi, giornalista de Il Giornale, modererà il dibattito. L'ingresso è libero.
 
 
Per ogni ulteriore informazione potete contattare gli organizzatori: tel. 393 420 2317.
 
 
 
 

giovedì 7 aprile 2016

Seminario ISLAM, TERRORISMO E IDENTITA' EUROPEA

Antica Rampa Libreria Caffè e Associazione Culturale Identità Europea in collaborazione con Centro Studi Dimore della Sapienza presentano: 

Seminario

ISLAM, TERRORISMO E IDENTITA' EUROPEA 






Sabato 30 aprile 2016 presso Antica Rampa Libreria Caffè
Via Carducci, 63 – Badia Polesine (RO)



Inizio ore 10,30
Prof. Adolfo Morganti 
Presidente di Identità Europea
INTRODUZIONE

I sessione
Dott. Ali Reza Jalali
Università di Verona, Direttore del Dipartimento di Studi giuridici e politici del Centro Studi Internazionale Dimore della Sapienza e redattore di Eurasia. Rivista di studi geopolitici

DEMOCRAZIA, DIRITTI UMANI, ISLAM. UNA RELAZIONE COMPLICATA

Pausa pranzo


Ore 15.00 inizio II sessione
Dott.ssa Monica Esposito
Specializzata nello studio dei paesi di Medio-Oriente e Nord-Africa e sul terrorismo di matrice islamica, scrive analisi per ISPI, Isag e Limes. 

LE SFIDE DELL’ISLAM CONTEMPORANEO: TERRORISMO, CONSERVATORISMI E IDENTITÀ EUROPEA 




Costo partecipazione: € 50,00
Info e prenotazioni entro il 26.04.2016: Dott.ssa Maria Cristina Ceoldo 331.4695126 e Antica Rampa 0425.52571 anticarampa@gmail.com

lunedì 7 marzo 2016

Le elezioni politiche in Iran: vincitori e vinti

di Ali Reza Jalali





Le elezioni politiche in Iran, almeno per quanto riguarda il primo turno del rinnovo del Parlamento, visto che i ballottaggi ci saranno tra alcuni mesi, dopo un primo momento di grande caos e confusione mediatica, ha segnato uno scenario che può essere riassunto nel seguente modo. 

I vincitori 

Le elezioni hanno avuto due grandi vincitori: apparentemente la maggioranza assoluta dei seggi è andata alla lista dei conservatori, che si portano a casa la maggioranza relativa dei consensi. Quindi è legittimo pensare ad una vittoria della destra iraniana, parte politica a grandi linee avversa rispetto al governo centrista di Hassan Rohani. Ma andando oltre le apparenze e le facili distinzioni tra conservatori e moderati, oltre la patina del voto e dei numeri, certamente l'altro grande vincitore è il governo di Hassan Rohani. Innanzi tutto perché la lista dei centristi e quella dei riformatori hanno stravinto la contesa nel collegio di Teheran, con un risultato tondo che non lascia scampo a interpretazioni; circa l'80 percento degli eletti a Teheran non è facente parte della lista conservatrice. Inoltre, anche il dato nazionale parla chiaro: è vero che i conservatori ottengono la maggioranza relativa in Parlamento, ma è anche pur vero che non meno della metà dei conservatori eletti cercherà un rapporto amichevole col governo, esattamente come è stato amichevole il rapporto tra la nona legislatura e l'esecutivo Rohani, nulla a che vedere con il rapporto burrascoso avuto dal Parlamento conservatore col governo Ahmadinejad. Sui principali temi di politica interna ed estera, il Parlamento conservatore ha votato a favore delle proposte governative, e lo stesso Rohani ha confermato che le relazioni tra il governo e la decima legislatura saranno ancora migliori. Quindi è vero che i numeri dicono che i conservatori hanno prevalso, ma se sommiamo i seggi dei moderati, dei centristi, dei riformisti e dei conservatori filo-Rohani, allora l'area rohanista, una sorta di "grande centro" della Repubblica Islamica dell'Iran, ottiene ampiamente la maggioranza del Parlamento. 

I vinti 

Il grande sconfitto delle elezioni politiche iraniane è la fazione conservatrice o ultraconservatrice avversa al governo Rohani. La batosta era iniziata già alla vigilia del voto, con l'esclusione dalla contesa di Hamid Rasaei, uno dei leader degli ultraconservatori in Parlamento, esclusione decisa clamorosamente dal Consiglio dei Guardiani. La sconfitta dei conservatori anti-Rohani si è poi ulteriormente protratta con la non elezione nel Consiglio degli Esperti del famoso chierico Misbah Yazdi, sconfitta elettorale pesantissima, che ha fatto ancor più male agli ultraconservatori se si pensa che i più votati nel collegio di Teheran sono stati per l'Assemblea degli Esperti i centristi Rafsanjani e Rohani (il Presidente dell'Iran), anche se nel complesso in seno a tale assemblea la parte conservatrice ha ottenuto un risultato migliore rispetto alla tornata per il rinnovo del potere legislativo. 

Prospettive 

Per un bilancio definitivo bisognerà aspettare il secondo turno, ma la situazione sembra premiare il governo Rohani; il capo dell'esecutivo non ha di certo nascosto la gioia per i risultati, mentre nel campo conservatore, nonostante la vittoria mutilata e una iniziale contentezza per il raggiungimento della maggioranza relativa, si è subito scatenata una caccia al colpevole del risultato non del tutto convincente dell'area anti-Rohani che critica l'esecutivo da destra. Possiamo dire quindi che la tornata elettorale ha visto la vittoria apparente dei conservatori moderati, ma anche l'affermazione del fronte centrista governativo. Rohani nel complesso esce rafforzato dal voto, e si prepara cosi ad affrontare con maggiore fiducia il test cruciale del 2017, ovvero le elezioni presidenziali, visto che nel campo della destra non si intravedono leader all'altezza della situazione. L'unica insidia potrebbe, forse, venire dal ritorno sulla scena del vecchio presidente Ahmadinejad, ma da ora fare previsioni per un paese cosi controverso come l'Iran sarebbe quanto meno un azzardo. 

giovedì 25 febbraio 2016

Il limes tra mondo russo e mondo iranico. Una questione geopolitica controversa

russia-iran



Segnaliamo la messa in rete di una ricerca curata dal Direttore del nostro Dipartimento: 


"Il limes tra mondo russo e mondo iranico. Una questione geopolitica controversa"


Lo spazio eurasiatico può essere visto da due prospettive principali: uno strettamente geografico-fisico, con evidenti risvolti storici e culturali, ovvero la massa continentale eurasiatica, che si estende dalle coste atlantiche europee fino all’Asia orientale. In un’altra accezione, l’Eurasia è la zona di influenza naturale, lo spazio vitale o il grande spazio di schmittiana memoria russo (1). Quindi l’Eurasia, da questo punto di vista, sarebbe lo spazio geografico comprendente attualmente la Federazione Russa e gli Stati che una volta facevano parte dell’URSS. Gli analisti russi definiscono questa zona a ovest e a sud della Russia, come estero vicino, per sottolineare il legame esistente tra il proprio paese e le nuove realtà statali a cavallo di Europa e Asia, nate dalla caduta Unione Sovietica all’indomani del crollo del comunismo. A seconda della prospettiva e del senso che per noi può avere il concetto di Eurasia o di spazio eurasiatico, cambia il rapporto che può avere il mondo islamico in generale e il mondo iranico in particolare con il mondo russo, la Russia e l’Eurasia (2)... 

Leggi tutto: http://www.cese-m.eu/cesem/2016/02/il-limes-tra-mondo-russo-e-mondo-iranico-una-questione-geopolitica-controversa/